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DECLINAVA UN'ESTATE INQUIETA

melologue for narrator, piano and percussion
on text by the author
degree of difficulty: medium
duration: 10’ approx.
year of composition: 1996
first performance: Milano, 3.10.1996, Palazzina Liberty - narrator O. Piccolo
work property of the author
(the parts can be hired out)

available the live recording
WORK REGISTERED AT SIAE (Italian Authors and Publishers
Association)


The text of Declinava un'estate inquieta is a dreamy proliferation of some lines by Giacosa and Illica, extrapolated from the text of La Boheme by Puccini, pronounced by Mimi in Act Three: “Talor la notte fingo di dormire/ e in me lo sento fiso/ spiarmi i sogni in viso”. This ambiguous happening is best captured by the words of the text by Anzaghi – reproduced below – rather than by hurried summary, which we will therefore not attempt.
The music conforms to the mood of the text: written to permit, and indeed make flourish, its echo with results that are as effective as the instrumental gestures are sober and evocative. Those who have heard the test and the music of this melologue together speak of it as an intriguing thriller.
Three more lines by A. Giurlani (Palazzeschi), which are almost symmetrical to those of Giacosa and Illica, are relevantly akin to Declinava un'estate inquieta. “Come possono fare/ a vedersi dormire/ tutti e due allo stesso tempo?”. (How can they manage/ to see each other sleeping/ both at the same time?)

Ottavia Piccolo

Declinava un'estate inquieta
(melologo per voce recitante, pianoforte e percussione)
testo di Davide Anzaghi

Talor la notte fingo di dormire
e in me lo sento fiso
spiarmi i sogni in viso
( Giacosa, Illica: Bohème, atto III)

Un uomo e una donna giacciono nel buio addormentati, in una notte d'estate.
L'uomo si desta.

Ho udito la sua voce...
Parlava nel sonno?
Dove altrimenti?
Dorme ancora!
E come
dorme,
lei!

Non accende alcuna luce, temendo di svegliare la donna. Nell'attenuata oscurità la osserva e si chiede se ella ha davvero pronunciato le parole da lui udite. La voce, quantunque della donna, era forse nel sogno di lui?
Esce dal letto e lentamente, silenziosamente, raggiunge la finestra, dove indugia, assaporando l'incanto della notte, chiara di luna. Attraverso i vetri si scorgono, delineate dal barlume lunare, le sagome di alberi numerosi.
Dal giardino provengono improvvisi rumori.

Dentro il folto degli alberi
passi sento, fuggevoli,
risonare sui ciottoli...
Si arrestano... rieccoli:
più lenti e cauti, a muoversi
i passi ora riprendono;
da ultimo dileguano...
nel nulla inverosimile
che questo luogo domina...

Mentre è distratto dai molteplici eventi notturni che il precoce risveglio segnala, dalla finestra l'uomo sente la donna agitarsi nel sonno. Le si avvicina. Ma ella, pur smaniando, tace. Le enigmatiche parole di repulsione pronunciate in sogno dalla compagna lo suggestionano e lo inducono a presagire che ambigui eventi, risalenti a quando egli e la donna si conobbero, siano sul punto di ridestarsi, dopo un lungo oblio.
L'uomo rievoca il primo incontro d'amore con la compagna.

Declinava un'estate inquieta
e d'una notte illune l'ora ultima
sonava in lontananza, innanzi l'alba.
Le ombre già succubi a un cielo effusivo,
dalle sue labbra lente a lungo cogliere
funebre sollievo al fine era datomi.
Travidi allora,
pur sommerso da unanimi eventi
che su di me volgevano propizi,
ebbene travidi,
trasalendo,
gli occhi suoi dirmi
velata repulsione
che, sua di me, sì, sua di me,
per l'ora, il luogo e l'aura, parve proprio un sogno
e non la veglia al novilunio di noi due.

Di quel primo incontro l'uomo sospettò: sospettò che la donna si fosse data a lui non per amore ma per il proposito di sottrarsi ad altra passione - preesistente, segreta, infelice, impossibile - che sempre e soltanto intuire egli ha potuto.
All'uomo sembra di udire nuovamente la compagna bisbigliare qualcosa. Le si accosta e resta immobile in ascolto.

Parlava o traudivo?

Lungo la veglia
raro riserbo mostra
il profumato enigma
con cui spartisco i giorni;
così, di lei
non ho che la sua voce
di sillabe notturne:
sol'essa che mi parli.

Censura onirica,
prego, nascondi
più blandamente
che nella veglia
le cose o alcuno
che lei non dice.

Prima che l'incipiente sonno s'impossessi di lui, l'uomo scruta ancora una volta la compagna. Vistala tranquilla, si avvia infine verso la finestra aperta. Il cielo, di poco più chiaro, avverte che l'alba è vicina.
L'uomo chiude la grande finestra e tira i tendaggi, escludendo la trama della notte.
Il buio si riappropria la stanza.
La donna si desta.

Ho udito la sua voce...
Parlava nel sonno?
Dove altrimenti?
Dorme ancora!
E come
dorme,
lui!

Come possono fare
a vedersi dormire
tutti e due allo stesso tempo?

(A. Giurlani)