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Passato e presente nella musica colta
ribaltamento del loro significato:
il passato diviene presente e il presente è sospinto nel nulla,
perdendo la sua condizione di attualità.


Diviene sempre più difficile affermare quale musica colta appartenga al presente e qual altra al passato.
Sino alla fine dell’Ottocento la musica eseguita era quella scritta nel presente e nel presente proposta. Del passato si perdevano facilmente le tracce. In coincidenza della crisi della tonalità e l’avvento delle avanguardie musicali e del loro proiettarsi in una dimensione altra – che non risulta coincidere con il sedicente futuro da esse profetizzato – il fruitore medio ha cessato di ascoltare la musica del presente a favore di quella del passato. T. W. Adorno scrisse che il pubblico ama riconoscere e non conoscere. Constatazione ovvia che non spiega perché ciò sia avvenuto.
Poiché il fenomeno dura da oltre un secolo e non accenna a mutarsi ci si chiede se esista ancora una musica colta del presente o se quella nel presente scritta possa ancora essere considerata musica d’oggi. La sua condizione di musica del presente appare dubbia e il sospetto che si tratti di una specie protetta acquista consistenza. Si può ipotizzare che la musica colta del presente sia quella che i fruitori colti ascoltano sistematicamente: quella del passato. Le considerazioni enunciate sospingono il ragionamento verso la seguente ipotesi: la musica colta scritta nel presente non appartiene - per il suo radicale rifiuto sociale - ad alcuna condizione cronologica che non sia altra e aliena rispetto al presente.
In tutte le stagioni planetarie di musica d'arte prevale, con indice altissimo, la musica del passato. Che la predetta musica sia stata scritta alcuni secoli addietro è ovvio. Ma se tale musica colta viene ascoltata sistematicamente dai frequentatori delle stagioni musicali ostili a musiche d'arte composte nel presente si verifica un capovolgimento cronologico in virtù del quale la musica scritta nel passato diviene simbolo del presente che ignora ciò che nel presente è ideato e scritto.
Non credo che l’educazione del pubblico porti ad un corretto ricollocamento cronologico della musica colta scritta nel presente. Sono i compositori della musica colta scritta nel presente che dovrebbero convincersi di essersi mediamente avviati verso la non appartenenza ad alcunché che non sia connotato socialmente come alieno. Se risultasse fondata l’ipotesi testé enunciata la rieducazione competerebbe ad essi. Cominciando col porsi il problema della apartheid della loro musica.
Viviamo in un mercantilismo dittatoriale e rozzo che impone le regole che gli convengono. Ciononostante la discriminazione della musica colta scritta nel presente non è spiegabile con le sole responsabilità di quel mercantilismo.
I compositori di musica colta d’oggi si sono posti autisticamente fuori da ogni condizione di condivisione sociale e potrebbero concorrere a ridivenire rappresentanti del presente se cessassero di sperimentare l’assurdo comportamento del solipsista. Non per compiacere alcuno ma per rivalutare quella condizione che caratterizza la musica come “arte dei suoni”. Qualsiasi tentativo di trasformarla in “arte d’altra natura rispetto a quella dei suoni” ha già subito il giudizio della storia oltre che dei destinatari. Insistere sarebbe a dir poco autolesionistico.
      «…io ritengo che, anche da un punto di vista pedagogico, sarebbe più giusto cominciare l'educazione di un allievo attraverso la conoscenza dell'attualità e di risalire, solo in un secondo tempo, i gradini della storia. Francamente, non ho nessuna fiducia in coloro che si dan l'aria di fini conoscitori e d’ammiratori appassionati dei grandi pontefici dell'arte, onorati, con una o più stelle, nel Baedeker e con un ritratto, del resto irriconoscibile, in un'enciclopedia illustrata, e mancano, nel contempo, di qualsiasi comprensione per l'arte dei nostri giorni. Invero, qual credito merita l'opinione di coloro che cadono in estasi davanti ai grandi nomi, quando poi, trovandosi di fronte ad opere contemporanee, mostrano un'ottusa indifferenza, oppure un’evidente simpatia per la mediocrità e i luoghi comuni?».