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SON’ORA

per pianoforte e piccole percussioni
toccate dalla stessa pianista
grado di difficoltà: medio -alto
durata: 10’ ca.
anno di composizione: 2014
proprietà dell’autore
OPERA DEPOSITATA ALLA SIAE



Son’ora (2014) e il precedente Tinum (2012) – entrambi per pianoforte solo – sono brani nei quali l’autore consegue un’intensa drammaticità non presente in egual misura nelle composizioni coeve. Il ricorso ad una ricorrente pausazione, interrotta da brevi segmenti sonori, allude, forse, a interrogativi che si replicano copiosi in assenza di risposte congrue? Proseguendo nella ipotetica metafora, l’autore interroga l’inaccessibile mistero dell’esistenza in un monologo che risulta tale per l’assenza di chi potrebbe rispondere?
La scrittura compositiva di Son’ora elude soluzioni pianistiche corrive nonostante l’autore abbia – in quanto buon pianista – frequentato il pianismo dei grandi compositori-pianisti. La pianisticità del brano sembrerebbe dettata più da una ideazione autogena che dalla memoria sedimentata nelle dita memori. Il brano richiede inoltre che la pianista – è dedicato alla pianista Giusy Caruso – tocchi alcuni strumenti a percussione di moderate dimensioni.

L’affinità con le altre opere è invece attestata da una attitudine a non recludersi in una dimensione solipsistica nella quale l’autore non ha mai voluto seppellire la propria vocazione musicale.

 

 

Questo disco presenta la registrazione dell’esecuzione dal vivo di un concerto che la pianista cosentina Giusy Caruso ha tenuto l’11 dicembre 2014 in un luogo speciale, nell’abitazione di uno dei più straordinari ed enigmatici compositori del Novecento, Giacinto Scelsi, che si trova in una delle zone più belle di Roma, visto che si affaccia sull’area del Palatino considerata dagli antichi Romani magica e misterica, e che è stata trasformata, dopo la morte del musicista, avvenuta nel 1988, nel Museo Casa Scelsi a cura dell’attuale Fondazione Isabella Scelsi, centro di studi e di ricerche consacrati alla musica contemporanea. Il concerto-progetto di quella serata, intitolato “Nella Sfera del Suono, crocevia di mondi”, verteva sulle composizioni pianistiche, eseguite sul Bechstein appartenuto allo stesso Scelsi, di tre autori contemporanei.

…Da ultimo i Due Intermezzi e Son’Ora di Anzaghi. Qui la ricerca del suono si stempera in un processo di narrazione implosivo(primo intermezzo)/esplosivo(secondo intermezzo) basato su un binomio di immanenza e trascendenza timbriche (fondamentale il rapporto tra pesi e contrappesi di cui è disseminata la scrittura) che rende questi due brani un’esaltazione dell’equilibrio formale e che Giusy Caruso sa sapientemente evidenziare con un pianismo in cui le riflessioni apollinee e i desideri dionisiaci trovano sempre una loro ragione attraverso un tocco sulla tastiera che cangia instancabilmente nei territori della metaespressione. Nell’ultimo brano proposto, Son’Ora, in cui il compositore prevede che il pianista debba avvalersi espressivamente ed esecutivamente anche dell’apporto di piccole percussioni, mi piace pensare che sia non solo un esempio tipico della scrittura anzaghiana definita dall’autore “Codice compositivo pitagorico-seriale”, definito nella sua espressione sonora attraverso una ricerca basata sul rapporto tra altezze, suoni e intervalli, ma anche una sorta di omaggio alla pratica delle cosiddette Turqueries eseguite sui fortepiani di fine Settecento in cui l’interprete, oltre a suonare con la tastiera, manovrava dei piccoli piatti percussivi posti sotto lo strumento suonandoli con le ginocchia (come nel caso della Sonata n. 11 di Mozart, la celeberrima “Alla Turca”). Nel brano di Anzaghi, la ricerca proporzionale del suono, in cui le masse timbriche vengono manovrate timbricamente sulla base di precisi ordini matematico-musicali in cui si installano segmenti tonali, vede l’irruzione degli strumenti percussivi (anch’essi appartenuti a Scelsi) che segna l’approccio a nuovi confini (sfere) sonori, nei quali individuare ulteriori sviluppi formali. Anche qui l’esecuzione della pianista cosentina trascende la semplice rappresentazione/identificazione espressiva per calare l’ascoltatore in una scatola sonora, nella quale di volta in volta apre e chiude i lati che la compongono, dando vita a un labirinto musicale, in cui ogni azione pianistica/percussiva ha un suo valore in sé, oltre a rappresentare un elemento progressivo concatenato.
Più che discreta la ripresa sonora dell’evento, effettuata nel salotto di casa Scelsi, in cui la dinamica del pianoforte e quella degli strumenti percussivi è in grado di restituire in parte il palcoscenico sonoro e lo spazio in cui si propagano il suono.


“Piano Works – Nella sfera dei suoni, crocevia di mondi”
Giusy Caruso (pianoforte)
CD Tactus TC 930001