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IL LUOGO DELLA MENTE (I)

opera in un atto per soprano e orchestra
su libretto dell’autore
per ora disponibile nel solo spartito per soprano e pianoforte
grado di difficoltà del soprano: medio
durata complessiva: non ancora stimata
anno di composizione: 1977
opera di proprietà dell’autore
MUSICA E TESTO DEPOSITATI ALLA SIAE

L’opera in un atto Il Luogo Della Mente (I) è una delle molteplici schegge staccatasi dal tronco di un grande progetto teatrale (con lo stesso titolo ma privo dell’indicazione:I), protrattosi per anni ed ancora parzialmente incompiuto. La convinzione che al teatro musicale si addicessero soluzioni linguistiche semplificate (l’attenzione dello spettatore deve suddividersi fra molteplici e differenti stimoli) indusse Anzaghi a disporsi al teatro musicale solo dopo aver conseguito quella semplificazione. Soltanto allora ebbe inizio l’esperienza di teatro musicale della quale l’atto unico qui presentato è minuscola scheggia.
La concezione “cantante” della voce, l’invenzione di una dimensione armonica e melodica non tonale ma diatonizzante, la cura per una vocalità autonoma da servitù strumentali, distinguono quest’atto unico.
L’inusualità del soggetto e della sua versificazione non è frutto di un soprassalto dannunziano. Il thrill e la versificazione de Il Luogo Della Mente (I)adottano mezzi linguistici congrui ad una concezione onirica dell’esistenza dalla quale discende la delirante vicenda rappresentata .
Da quest’atto unico fu tratta l’aria dal titolo Onirama che la soprano Liliana Poli e il pianista Bruno Canino eseguirono per la prima volta a Lione (Auditorium M. Ravel) il 14 febbraio 1981. Con consenso di critica e pubblico.

DA IL LUOGO DELLA MENTE
Soggetto e libretto di Davide Anzaghi

SCENA PRIMA: notturno
(il sipario si alza poco dopo l'inizio del Preludio).

Di una notte inoltrata volgono le ore più tacite. Sul giardino che cinge una villa è a mala pena soffuso il cereo chiarore degli astri, i quali vanno ammantando dei loro influssi la chioma degli alberi e la casa buia fra essi coricata e incerta. Col fluire della notte verso più chiare stelle, il firmamento si riflette sulle grandi vetrate della villa e discopre il lato della casa in cui si apre una camera coniugale, affacciata sul giardino: la separa dal parco la sola e limpida superficie delle vetrate. Sulle quali gl'insidiosi astri pervengono infine a mostrarsi: simili ad antiche comete, il loro auspice passaggio costella il delimitato cielo che le invetriate contemplano, specchi d'insondabili congiunzioni.
L'interno della villa diviene progressivamente discernibile. Resa visibile da più lucifere stelle il cui brillìo s'insinua, nivale e gelido, sino a più reconditi spazi della dimora interiore, la camera da letto si offre allo Sguardo, il quale giunge ora a svelare i penetrali della stanza, immersa nel silenzio e nella penombra celesti: una coppia vi dorme un sonno profondo.
Si odono le arcane parole di un sogno.

LA VOCE DELLA DONNA
(diffusa da un luogo diverso rispetto alla figura addormentata)
Sogno: è giorno, d'autunno e livido
e d'astri e d'ore e suoni esausto:
un giorno che avverto già stato
un tempo... e il Tempo ora qui torna.
recando in sogno il caso strano:
dinnanzi ad un giardino stavo
e pallide forme di alberi
nella nebbia guardavo struggersi
e oppresso sentivo quel posto...
In piedi, accanto alla finestra,
mi stordiva a lungo un impulso:
perdermi...laggiù... fra la bruma...
Incerta se quel luogo noto
fosse reale e nella veglia
(ma intorno era nebbia e silenzio)
o se a mostrarsi fosse un sogno
(ch'io addormentata facevo?
che altri stava forse sognando?)
fissavo l'uggioso giardino
del tutto incapace di muovermi...
Su tutto pesava un presagio
(ma quale non so ricordare):
...qualcosa, qualcuno sembrava
volesse condurmi lontano:
là, dov'è il Luogo della Mente.

INTERLUDIO ORCHESTRALE
(in coincidenza del cambiamento di scena)

SCENA SECONDA : il sogno.

Nella grande biblioteca della villa. È giorno: d'autunno avanzato. Una luce eterea affluisce, penetrando da un chiuso finestrone. Accanto al quale in piedi, una delicata figura di donna contempla, immota e intensamente assorta, uno scorcio del grande giardino autunnale. La trasparenza dei vetri quantunque non velata dai tendaggi, raccolti in drappeggio ai lati della finestra rivela a stento gli alberi lugubri del parco, dall'autunno immersi in una fitta nebbia mattinale, aleggiante cospicua attorno alla villa.
Nella biblioteca l'immobilità colma lo spazio: in una luce presaga ogni cosa è ferma nell'attimo in cui il volgere del tempo si è arrestato. Fuori, la nebbia assedia la casa. Adagiati sul pavimento crateri e anfore, di piante e fiori saturi, arredano gli spazi vuoti con la plenitudine del loro rigoglio. Ovunque, nella eterogenea e minuziosa serra, la profusa vegetazione domestica si effonde in variopinte inflorescenze: vivide, contendono la biblioteca allo scialbore di uno strano giorno d'autunno.
Dalla nicchia del finestrone, assillato dalla nebbia, incerta della propria realtà, la figura di una donna si discosta per inoltrarsi in un tempo restìo. Nebbioso, ancora s'affaccia equorea, sommersa apparizione il mutevole giardino: dai vetri della biblioteca traspare, quasi fluisse.
Eseguendo piccoli gesti rituali, il personaggio della donna attende alle cure e alla disposizione dei fiori nella biblioteca. Tiene in mano una cesoia.

LA DONNA

Dei fiori in divenire
serbo questi… e quelli
che autunno esterno guarda
oggi estatico effondersi;
degli altri, non più vividi,
(ma ieri erano belli!)
cessato è il tempo e l'essere:
non resta che reciderli.
non resta che gettarli.

Ella trattiene poi nelle sue mani i fiori tronchi che la cesoia fa cadere copiosi prima di deporli in un bacile. Sollevando il recipiente ormai zeppo di fiori recisi, la donna scorge una lettera, diretta al marito e ancora chiusa.

Sotto i fiori e in oblio una lettera giace
che chiusa e a lui diretta nell'ombra aspettava:
nivea e strania è la busta e il nome di lui scritto
con bella grafia, serenissima e antica,
che usata avrebbe un tempo un apatico scriba:

non appare un mittente e manca ogni altro segno
che alluda a cose e luoghi noti... e non al Vuoto.
Stilerebbe così il nome, una mano viva?
Eppure questa busta ho già vista: magari
frammessa alla posta che ogni giorno riceve...
L'intero enigma è forse... una lettera anonima?

Colpita da questo improvviso pensiero e nel panico reattivo che esso accende, la donna si lascia sfuggire di mano la lettera, che cade in un ampio vaso di giunchiglie, colmo d'acqua e adiacente. Ancorché subito riafferrato. il plico s'intride dell'acqua dei fiori.


...non tornerà più quella...
Non tornerai più quella, serena scrittura,
che una vampa di panico ha spinto tra i fiori,
ove acqua estatica di candide giunchiglie
con rapido gorgo ha sommerso e sfatto sùbito…
Trepide mani, l'alea v'indusse a sbagliare,
non io: se potessi revocare il tempo,
salde farei che foste e lungi dai narcisi.
Ma il caso vi ha involte: quietatevi e ascoltatemi:
potrei, soave, dirgli "la malasorte è stata
a sciupare il piego, non io violai la lettera";
ma desta dubbio il fradicio plico: d'essere
spiato, e da me ch'egli vuol certo via da insidie!
Dunque: stracciare il plico e non fare parola...
Persa è ormai la lettera e sol'essa direbbe
se intrigo incombe ed io saprei…come aiutarlo...

(Apre la lettera: ne legge in silenzio un frammento. Poi altri, ad alta voce.)

...strano...stranissimo scritto!

Non c'è minaccia: ignota mano di calligrafo
novera anzi amore di ben strane figure:
senza un nome, un tempo, un luogo dov'esse vissero.
Vita d'ombra è la loro! Oppure esse furono,
ma innominate volle il cauto amanuense?
Era parte di un diario questo scritto acefalo;
pure suona preannunzio di eventi futuri:
"... fece sì che sfuggendole di mano il plico
cadesse in acqua provvida, da cui l'estrasse
per violarlo, dal gesto, suo complice, indotta..."
Ma questo passo dice caso or ora occorso!
"...presa d'altro amore, ella ambiva l'Altro" (l'altro?)
"…non più il proprio marito, il quale sospettando…"
Con fosco commiato s'interrompono i fogli,
ma il resto, assente, altrove prosegue, svelando...

Notti or sono (fu il vento violento a svegliarmi),
vagando insonne al buio di stanze sonore,
udii svolare in biblioteca cosa lieve,
sospinta, pensai, da flusso d'aria intrusiva;
dentro, scorsi a terra, unica in vista, una lettera,
fulgida al chiarore della lampa: era simile...
La raccolsi e tenni a lungo fra mani inerti,
solo intenta all'urlìo dell'aere, intorno e lungi:
non avvertii arcano o forse la. bufera
indusse a non sentire che la notte ostile.
Andando alla finestra per serrar le imposte
(reggevo il lume e in altra mano quella lettera),
baluginò sui vetri, al culmine del turbine,
riflesso di aliena grafia, mai vista prima,
della busta bianchissima contro le tenebre.
Evitai di guardare com'era la lettera:
l'insonnia e quel vento spiegavano già tutto...
Tornai poi nella stanza e presi alfine sonno.
Fu allora che vidi di nuovo quella Lettera…

(La nebbia ancora opprime i vetri della biblioteca; il durare è senza corso sullo sfondo del giardino spettrale).