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IL LABIRINTO DI SANGUE

per voce recitante, due pianoforti e due percussionisti
(il secondo percussionista ad libitum)
su testo dell’autore
grado di difficoltà strumentale: medio
durata: 11’ ca.
anno di composizione: 1999
opera di proprietà dell’autore
MUSICA E TESTO DEPOSITATI ALLA SIAE


La stesura di questo melologo confluisce in quella rinascita del melologo stesso che gli ultimi anni del Novecento hanno conosciuto. L’autore è convinto che questa forma, cara ad alcuni compositori romantici, dopo i fasti della prima metà del secolo XX (Richard Strauss, Francis Poulenc, Arnold Schönberg e altri) abbia nuovamente sedotto i musicisti del secondo Novecento.
La torbida e cruenta vicenda che detta le parole alla voce recitante de Il Labirinto di Sangue trova nei due pianoforti e nelle percussioni una congrua sonorizzazione che ne dilata il senso arcano. La scrittura pianistica e quella percussiva possiedono la qualità della più accurata musica pura, nonostante siano immesse in un contesto più ampio nel quale confluiscono insieme alla parola. È peculiarità del melologo il paritetico connubbio fra autonomia della parola e quella della musica: coesistono in reciproca empatia.

Testo affidato alla voce recitante
Davide Anzaghi
Il Labirinto di Sangue

In una sera d’autunno mi trovai a passare per un antico borgo, inerpicato sulla collina. Entrai nell’unica locanda che offriva ospitalità per la notte. Nella penombra della taverna alcuni valligiani ascoltavano un vecchio. Il malfermo narratore aveva cominciato additando un punto della grande pianura sottostante: là era esistita - ora soverchiata dall’invasiva boscaglia - una solitaria villa, attorniata da un labirinto...
Ascoltai.
Soltanto a notte inoltrata le labbra del vegliardo tacquero. Si allontanò dagli ammutoliti ascoltatori e con passo lento scomparve nel silenzio del borgo.
Il racconto che segue è pallida replica di quello narrato dall’insonne.

*

«All’alba di un giorno di fitta nebbia iniziò l’edificazione della villa e del labirinto circostante. Eterogenei materiali furono trasformati da un architetto e da uno stuolo di giardinieri e muratori in aberranti geometrie.

«Al centro del labirinto conducevano i tortuosi percorsi che l’artefice e i suoi uomini andavano costruendo. Corridoi di fitte siepi sempreverdi s’intersecavano in crocicchi d’innumerabili diramazioni e talora s’aprivano a prospettive di fallaci sbocchi verso l’esterno.

«Dal tronco di una secolare quercia si dipartiva una stretta scala discendente la quale, facendo repentino angolo dopo sette sdrucciolevoli gradini, s’immergeva in un profondo stagno, che l’artificio aveva occultato. Finte rovine effondevano un’eco che si animò quando la voce dell’architetto ordinò la collocazione di massi e muri muscosi con ingannevole staticità.

«Altrove, facili e pervi sentieri, soavemente ombrosi, conducevano a elevati eremi, dove una panchina consentiva riposo e riflessione. I ghirigori del sole fra le aiuole, la caldura dolcemente elusa, il luminello delle erbe rugiadose e soleggiate, e, verso l’imbrunire, il volo dell’atropo crepuscolare confortavano colui che sostava. In prossimità di tali miti luoghi erano celate insidie esiziali che la quiete del posto induceva a non presagire.

«Ma la vigilante popolazione del borgo presentiva l’orrore di quelle trame floreali. Ed ebbe conferma della temibilità del labirinto quando uno dei giardinieri (giardinieri e muratori erano tutti forestieri), contravvenendo a rigidi divieti, raggiunse il borgo e vi si trattenne la notte, disertando le carrette che erano partite al tramonto, al termine dei lavori, con i compagni di fatica. Raggiunto dall’ebbrezza del vino, che la curiosità dei valligiani mesceva copioso, l’incauto rivelò frammentari segreti di quella ragnatela di fronde: a suo dire posta a tutela di una tomba vuota. L’indomani il giardiniere fu trovato morto, trafitto da un pugnale.

«Una fantasmagorica festa inaugurò la villa. Alla luce di miriadi di lanterne - che della luna consenziente assecondavano il chiarore - lietezza, euforia, libagioni, amplessi, nella villa principiati, sui prati ancora tiepidi progredirono. Albeggiava quando nel labirinto si addentrarono alcuni ilari invitati i quali scomparvero nell’ordito: dalle case del borgo i cannocchiali li rivelarono ignari piuttosto che consapevoli; ospiti piuttosto che prigionieri; spontanei piuttosto che costretti. Le mortali insidie e l’eco delle precipitanti vittime si destarono allora per la prima volta.

«Il labirinto - dal quale mai si vide uscire alcuno - turbò lungamente la fantasia delle pavide sentinelle le quali non osarono conclamare la sparizione dei sacrificati, al silenzio indotte dall’altissimo rango del dominatore di quel luogo. D’improvviso, durante un’eclisse di sole, la villa e il labirinto furono abbandonati e da allora negletti.

«Col tempo si vide il dedalo perdere progressivamente la nettezza dei suoi contorni. Una pervasiva vegetazione spontanea invase le piste un tempo percorse da vittime errabonde. Nell’immenso meandro crebbe ogni sorta di fiori, alberi e arbusti. La molteplice simmetria del labirinto si corruppe, trasformandosi in bosco. Più tardi il bosco divenne fitta e inaccostabile macchia.

«A queste degradazioni guardavano, rassicurandosi, gli abitatori della collina, i quali si familiarizzarono con l’immagine della sottostante e tenebrosa boscaglia, che, proliferando, si sovrapponeva sempre più intricata agli antichi giardini mirifici a al periplo funerario d’un loro distretto.

«Ancorché non più discernibile, il labirinto si ridestò, maligno, allorché un cacciatore forestiero, superate le rugginose recinzioni per inseguire la sua preda, scomparve fra la vegetazione, senza fare più ritorno alla locanda del borgo, dove la sera innanzi aveva preso alloggio. Dopo la sparizione i valligiani immaginarono l’inviluppo ancora più temibile; e l’abbandono del labirinto di sangue fu creduto il mezzo perfido con il quale sacrificargli più casuali vittime.

*

Ho narrato il caso - così come mi fu consegnato dalle labbra del superstite - nella speranza di potermene emancipare. Ma potrò mai davvero affrancarmi dall’ossessione del cruento labirinto?
Nel lento e dilatato incedere delle ore notturne, rivado spesso a quella vicenda e talora presagisco il senso di essa. D’improvviso mi si appesantiscono le palpebre e un subitaneo sonno mi pervade. Ma dopo l’effimera durata di un sospiro, un sussulto mi desta. Inquieto e immemore di quel segreto che un istante prima mi parve di poter cogliere, il caso torna nuovamente ad assillarmi, non risparmiando le restanti ore che mi separano dall’alba.