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ARIETTE DOLENTI

per voce e pianoforte
(quattro liriche su testi popolari
rielaborati dall’autore)
grado di difficoltà della parte vocale: media
grado di difficoltà della parte pianistica: media
durata complessiva: 25' circa
anno di composizione: 2003-2004
proprietà dell'autore
pubblicati in questo sito nelle “Musiche in formato PDF”
OPERA DEPOSITATA ALLA SIAE



Le parole (di versi Anzaghi non osa parlare) con le quali l’autore diede voce a fiabe, miti e leggende, uditi nella soave e brumosa pianura del Po, comunicano uno struggimento sul quale l’autore s’interroga. Appartiene codesto struggimento al nucleo delle storie alle quali attinse o non è desso la melanconica aura che l’autore catarticamente espresse per liberarsi da emozioni contigue allo spleen? Che l’autore se le sia addirittura inventate pur di allontanare dalle sue labbra l’amaro calice di una opprimente tristezza?
Nel crepuscolo, nel quale Anzaghi dice di vivere, il discernimento vacilla: talora, mentendo si ha l’impressione di enunciare verità (asha); talaltra, dicendo il vero, si sospetta la presenza della menzogna (drug).
Anche nel caso di queste Ariette l’autore non sa chiarire se si è limitato a dare consistenza musicale a melodie preesistenti udite in luoghi e tempi remoti o se si è inventato tutto alla maniera di un Pierre Louis che se ne tornò dall’Algeria, sul finire dell’Ottocento, uccellando amici ed estimatori con la favola di un antico manoscritto appartenente a una poetessa greca, emula di Saffo, da lui scoperto in terra algerina. Il geniale gaglioffo raccontò di averlo soltanto tradotto – dal greco appunto – in francese. La poetessa aveva nome Bilitis e le Chansons de Bilitis incantarono a dispetto della loro millantata, arcaica appartenenza.

Quale autenticità possiedono dunque queste Ariette Dolenti? Quando Anzaghi le suona Sherry (una welsh terrier che siede spesso ai suoi piedi) mugola. Non è dato sapere se per irritazione o per piacere.

ARIETTE DOLENTI
Testi

Cenere fredda
(testo di Davide Anzaghi
da un'antica filastrocca
raccolta nell'alta Brianza)

Cenere fredda d'un grigio camino:
ecco che resta d'un fuoco che ardeva.
Più non riscalda quel fuoco di paglia.

L'acqua fluisce da sempre nei fiumi;
sempre sui mari spirarono i venti;
notti e comete ritornano sempre.

Nulla trattiene una vita dal nulla.
Fiamme e sogni finiscono in cenere.
Cenere fredda: è la fine di tutto.

Due lacrime dal cielo
(testo di Davide Anzaghi
da un'antica fiaba  
narrata a Desio)

Suonava un'ora tarda,
remoto, il campanile:
lontana ancora l'alba.

Illune era la volta;
la notte senza stelle;
nessuno per le strade.

Poi la campana smise
di rattristare il buio,
di sconsolar gl'insonni.

Allora, nel silenzio,
due lacrime dal cielo
lambirono mie mani.

Qual'infinito cruccio
cresciuto fra le stelle
versò due stille amare?

Nessuno più ricorda
(testo di Davide Anzaghi
da un racconto udito dagli anziani
e raccolto sul greto del Po)

Nessuno più ricorda tanta neve
caduta fitta in quel lontano inverno.
Nessuno più passava per le strade
immacolate e senza tracce d'uomo.

In tutte le cascine ardeva un fuoco
attorno al quale vecchi infagottati
il giorno trascorrevano narrando
le mille piccole storie del luogo.

In casa lo schiamazzo dei fanciulli;
in strada il gran silenzio d'un deserto.
S'udiva solo il tocco della chiesa
sepolta in mezzo al bosco degli abeti.

Natale era vicino quando a sera
si vide donna a tutti sconosciuta
andare verso il posto degli abeti,
sostare sul sagrato della chiesa.

Nessuno si avvide che piangeva;
nessuno conosceva il suo dolore;
nessuno aveva visto lei lì prima;
nessuno si offrì di darle asilo.

La notte era trascorsa e un uomo vide,
recatosi alla chiesa degli abeti,
lo scialle di una donna sulla neve
e orme che portavano al bosco.

Seguì le tracce e giunse a un cimitero
da tempo abbandonato all'oblio
dove ogni tomba celava una vita
sepolta nel passato e nel nulla.

Solo una lapide era accudita:
mani amorose deposero un ramo
da un verde abete donato alla donna:
scomparsa nel nulla e senza più orme.

Storia di un pioppo
(testo di Davide Anzaghi
da un'antica leggenda
lombarda)


Dove il bel fiume
lento svoltava,
pioppo lombardo
stava in filare.

Terso era il cielo,
quieta la sera.
Brezza recava
suoni lontani.

Eco di canti
cari all'estate
spense i rumori.
La luna apparve.

Passi improvvisi,
guadato il fiume,
ruppero il buio
sceso sui campi.

Povero pioppo
nel cielo immerso
vide una coppia
corrergli incontro.

Lui l'inseguiva
lei gli sfuggiva
lui la raggiunse
lei lo respinse.

Pioppo atterrito:
lei vi si avvinse.
Lui la trafisse
stretta a quel pioppo.

Dove quel fiume
lento si volge,
ora si narra
storia d'un pioppo.